LA CHIESA PARROCCHIALE DI SANTA MARIA
DEL CARMELO DI MARANO MARCHESATO
 
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TESSERE DI UN UNICO MOSAICO
di Mario Guido
Sindaco di Marano Marchesato
 
Nell’ambito delle iniziative per celebrare, anche in modo laico, il Giubileo del 2000, l’Amministrazione comunale di Marano Marchesato ha inteso promuovere la pubblicazione di due volumi; il primo dedicato alla chiesa parrocchiale di Santa Maria del Monte Carmelo, il secondo che contiene oltre 400 regesti dei notai maranesi del XVIII secolo riferibili alla vita religiosa e sociale, curato dalla Sezione didattica dell’Archivio di Stato di Cosenza.
Questo primo volume riguardante la chiesa parrocchiale è uno studio che ripercorre le vicende dell’edificio, in relazione al contesto umano in cui è inserito.Questa scelta è stata determinata dalla volontà di colmare un vuoto di conoscenza, dovuto alla totale mancanza di studi sull’argomento; quale migliore occasione dell’Anno Santo per richiamare l’attenzione dei concittadini su un monumento illustre per la sua antichità, dove ognuno di noi ha dei ricordi; la chiesa dove siamo stati battezzati, dove abbiamo ricevuto le prime nozioni del catechismo, dove sono stati sanciti pubblicamente i patti d’amore tra giovani sposi e dove abbiamo dato l’ultimo addio alle persone care, questa chiesa è per noi, il simbolo dell’unità, non potevamo non avere notizie certe sulle sue origini e su quanto si è sviluppato, purtroppo questa nostra chiesa non ha più quel quadro originale della Madonna del Carmine, rubato negli anni ’70 da mano sacrilega, che chissà quante implorazioni di aiuto avrà ascoltato dai nostri avi.
Come ho scritto un anno fa sul Notiziario inviato a tutte le famiglie di Marano Marchesato, in occasione delle festività natalizie, dalla chiesa del Carmine deve partire un nuovo progetto di sviluppo, che investa tutta la comunità e che ci guidi con serenità verso il Terzo millennio; solo dalla conoscenza del passato può venire l’intuizione per ripensare il presente e cercare nuove prospettive di crescita, valorizzando le nostre risorse e la nostra storia.
Un particolare ringraziamento va al prof. Mario De Filippis, che ha fortemente creduto in questo studio, e che in pochi anni, da quando è venuto ad abitare stabilmente nel nostro Comune sta catalogando le antiche carte e ha già ricostruito tre tessere del grande mosaico della nostra comunità: voglio ricordare il volume sul dottor Giovanni Conforti e la politica del dopoguerra e quello sul sindaco sacerdote don Luigi Conforti, che pone il prete maranese nel dibattito nazionale sulla questione meridionale. De Filippis, per questo studio sulla chiesa del Carmine, si è avvalso della collaborazione di altri studiosi del nostro paese, Salvatore Aiello, Adele Bonofiglio e Vincenzo Magnocavallo, da sempre attenti alla salvaguardia del patrimonio storico, artistico e ambientale, e sono certo che se continuerà la loro collaborazione, avremo ulteriori risultati per la crescita culturale sia dei maranesi residenti che di quelli che, per ragioni di lavoro, hanno dovuto partire per terre lontane, ma che hanno nel loro cuore il paese natìo.
Sono particolarmente lieto, pertanto, di presentare ai cittadini di Marano Marchesato questo volume, segno tangibile dell’attenzione con cui la Giunta, da me guidata, guarda allo sviluppo e alla crescita culturale della nostra gente.
Le origini
di Mario De Filippis
 
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D.O.M.
Questa Chiesa
Fu edificata l’anno 1135
Riedificata da’ sig.
BELLONI e DE AYELLO
Nel 1608
e
Restaurata dal Procuratore
D. Luigi sac. Conforti
Fu Leopoldo
e Teresa De Filippis
L’anno 1900 1
 
Il testo qui riprodotto, posto nella navata centrale, presso l’ingresso, esattamente un secolo fa, nel 1900, fa risalire la fondazione della chiesa al 1135, secondo una tradizione nota agli studiosi locali e riportata anche in alcuni libri.
L’iscrizione segnala da subito le tormentate vicissitudini di questo luogo di culto, ricostruito una volta nel 1608 e restaurato nel 1900. La lapide, per la verità, è estremamente sintetica, se si tiene conto dei molteplici interventi documentati, in conseguenza di frane e di terremoti, che hanno fatto temere più di una volta la completa distruzione del tempio così caro ai fedeli di Marano Marchesato e dei paesi vicini. Come si vedrà più avanti l’aspetto attuale del monumento è caratterizzato dagli interventi compiuti negli anni Venti del Novecento: riedi-ficazione del campanile, che sorgeva dal lato opposto all’attuale, ricostruzione della cupola e sistemazione della facciata.
Ma torniamo alla lapide: essa indica la data di una presunta riedificazione, collocandola nel 1608, ad opera dei signori Belloni e De Ayello, i cui nomi compaiono in un verbale di visita pastorale2; questi benefattori dispongono un lascito per la celebrazione di trenta messe annue.
Il testo della lapide è stato dettato da un sacerdote, Luigi Conforti, da non confondere con l’omonimo sindaco e scrittore ottocentesco, anche lui prete e di qualche anno più anziano e nemmeno con l’autoredi versi ispirati al dibattito teologico degli anni in cui si tenne il Concilio Vaticano I. Il procuratore Conforti come amministratore della chiesa poteva avere accesso agli antichi registri parrocchiali, a documenti e dati oggi in gran parte non più disponibili.
Conforti accoglie, probabilmente, una tradizione, ancora oggi tramandata dai cultori di storia municipale, che vorrebbe un’icona orientale, ritrovata nei pressi del luogo dove oggi sorge la chiesa, a motivo della sua edificazione. Si racconta, inoltre, di cavalieri, di crociati in transito verso la Terra Santa, in una terra come la Calabria, da sempre luogo di incontri e di scontri tra popoli lontanissimi per mentalità e cultura: greci, longobardi, arabi, albanesi.
La leggenda non è particolarmente originale, dato che la si ritrova all’origine di altre chiese calabresi, dedicate proprio alla Madonna del Carmine4. D’altra parte la storia dell’icona orientale ricalca in modo evidente il racconto dell’arrivo a Napoli dell’icona della Madonna Bruna, l’immagine al centro della devozione carmelitana in tutta l’Italia meridionale.
Seguendo i dati della tradizione cerchiamo allora di collocare in un contesto più preciso le vicende di questa chiesa, partendo proprio dalla data del 1135, che ci porta in uno dei momenti più tempestosi del Medioevo: dal 1130 si fronteggiano, infatti, due papi, Innocenzo II ed Anacleto II, elettinello stesso giorno, a Roma, ed appoggiati ciascuno da sovrani, ordini religiosi e prelati contrapposti. Sono gli anni in cui la chiesa ha faticosamente chiuso, con il Concordato di Worms del 1122, il lungo scontro con l’Impero mentre si stanno aprendo nuovi problemi con le nascenti realtà nazionali. Nello stesso periodo, in Italia meridionale, diviene sempre più saldo il dominio normanno, con l’unificazione in un unico regno, da parte di Ruggero II, delle conquiste operate nel corso di un secolo. Nel 1099, inoltre, si è conclusa vittoriosamente la prima Crociata per la conquista di Gerusalemme e della Palestina; ma in poco tempo i musulmani sono di nuovo divenuti una minaccia per i luoghi santi della cristianità; sta maturando l’idea di una nuova crociata. Questo, in estrema sintesi, lo sfondo in cui incasellare la nostra indagine.
Dietro la leggenda dell’icona possono rintracciarsi elementi, indizi validi a costruire un’ipotesi? Ovviamente non rimane traccia di questa icona nelle recenti immagini sacre, custodite attualmente nella chiesa, commissionate in anni vicini proprio per sostituire quelle rubate o andate distrutte, e nemmeno se ne fa menzione tra i documenti più antichi oggi disponibili.
Proprio le immagini ci offrono un punto di partenza, dato che l’intitolazione a Santa Maria di Monte Carmelo della chiesa, riconducibile almeno al Seicento, collega la devozione locale alla già citata immagine della Madonna Bruna, l’icona orientale giunta con i frati carmelitani dalla Palestina, e conservata, fin dal Medioevo, nella chiesa del Carmine Maggiore di Napoli.
Più avanti si cercherà di analizzare in modo adeguato il momento storico in cui si diffonde, in tutto il Meridione, la devozione alla Madonna del Carmine; proprio in quei primi anni del XVII secolo in cui sarebbe stata ricostruita la chiesa di Marano Marchesato. Potrebbe essere stata questa l’epoca dell’intitolazione al Monte Carmelo.
La tradizione dell’icona orientale, che ha ispirato anche qualche ingenuo tentativo letterario7, inverosimile a un primo esame, assume un rilievo diverso, meno vago e fantastico, se la si colloca nel contesto del dodicesimo secolo, intorno alla data fornita dalla lapide, nella Calabria normanna.
Nel 1170 si incontra il toponimo Marano (Maranus) in un documento di Santa Maria della Matina, in territorio di San Marco Argentano. L’abate Ruggerocede a Lorenzo, giudice di San Marco, una terra nei pressi dell’abbazia, ricevendone in cambio una proprietà a Marano, che sta a cuore a Ruggero, dato che è circondata da ogni parte da altri possedimenti dell’abbazia. Come è noto Santa Maria della Matina, fondata dai normanni nell’undicesimo secolo, rappresentava anche un polo economico e politico per il controllo del territorio, insieme a Santa Maria di Sant’Eufemia e alla Santissima Trinità di Mileto. Da questi centri si irradiano sentieri, costellati dai fondi dei patrimoni ecclesiastici, che consentono di muoversi con relativa sicurezza attraverso la regione. L’abbazia della Matina continua ad accrescere i suoi possedimenti in questo territorio, ricevendo in donazione, nel 1232, le terre di proprietà di Poma di Rende10.
Dalla valle del Crati si dipartono i sentieri antichi che, attraverso la catena appenninica, conducono velocemente alla costa tirrenica; ciò basterebbe a spiegare il passaggio dell’abate Ruggero attraverso queste terre, dove, nel periodo in oggetto, estende la sua influenza e i suoi possedimenti un’altra istituzione tipicamente medievale, un ordine monastico-cavalleresco: Santa Maria di Valle Josaphat. L’ordine, fondato in Palestina dopo la prima crociata, possiede filiali in Sicilia e in Calabria; nella nostra regione sorge il monastero di Santa Maria di Valle Josaphat, posto nel territorio dell’attuale comune di Paola, nelle vicinanze del mare, in collegamento ideale con le fondazioni siciliane dell’ordine e con quelle, presto perdute, in Terra Santa11.
Caduta Gerusalemme l’ordine, ispirato alla regola benedettina, si dedica a scopi esclusivamente religiosi, curando ed accrescendo le sue proprietà; in Calabria il monastero di Paola estende i suoi possedimenti, durante il dodicesimo secolo, su un territorio che dal mare, attraverso la catena costiera, raggiunge la valle del Crati (comuni di Paola, San Vincenzo La Costa, Montalto Uffugo, Mendicino e Rende12 ).
Queste proprietà circoscrivono una zona caratterizzata anche da altre signorie ecclesiastiche, come Rende13 e San Lucido, rivendicate periodicamente dalla chiesa cosentina, che le mantiene per secoli, nonostante le mire di diversi signori feudali.
Proprio Rende viene contesa, nel 1254, tra i fedeli di Manfredi e gli uomini di Pietro Ruffo, giunto da San Lucido14 attraverso le montagne a minacciare Cosenza15, durante gli anni che portano al dominio angioino nel Regno.
Sulle alture intorno a San Lucido sono ancora visibili i resti di eremi antichi, come Santa Maria di Monte Persano, o Santa Maria del Castelluccio (comune di Falconara Albanese); queste presenze punteggiano un territorio percorso da sentieri, utilizzati fino a tempi molto recenti, dimenticati solo in seguito allo sviluppo della ferrovia e delle strade di grande comunicazione16.
Quanto detto non basta a rendere credibile una leggenda, ma ne può spiegare l’origine, in un’area così fittamente caratterizzata da grandi proprietà ecclesiastiche, unite da legami non solo spirituali con l’Oriente, che cercheremo di analizzare meglio in rapporto alla devozione al Monte Carmelo.
Intanto notiamo che il toponimo Marano ricorre in documenti antichi, di diversa natura, emanati da varie autorità; il luogo quindi è noto, ben identificabile, come nel caso del beneficio, assegnato ad un presbitero di nome Vitale, nel 132717.
Ancora più interessante potrebbe apparire però un documento del 1366, una bolla papale che viene notificata18 all’arcivescovo cosentino in castro Marano Rende, cusentinae diocesis (nel castello di Marano, in territorio di Rende, secondo la lettura che del documento dà padre Russo). L’arcivescovo è il senese Cerretano de Cerretani, da poco nominato da papa Urbano V alla sede cosentina; la bolla pontificia lo incarica di difendere i beni dell’abbazia di San Giovanni in Fiore dagli usurpatori. In questo contesto che significato assume la presenza del nuovo arcivescovo in castro Marano? L’esistenza di un castrum, cioè di un centro fortificato, in territorio di Rende, non risulta da altre fonti né dalla presenza di resti murari, ma richiama un’altra pagina poco nota della storia di questo territorio.
Nel quattordicesimo secolo, cioè nel periodo in cui sarebbe avvenuto l’episodio appena citato, sembrerebbe attestata la presenza di un casato di signori di Marano o Marani, come li chiamano gli scrittori cosentini di memorie feudali, Castiglione Morelli e Sambiasi19 ; si tratterebbe di una famiglia estinta nel giro di poche generazioni, su cui non mancano riscontri nelle fonti del tempo20. Si parla di un Raone investito del castello di Marano e di altri feudi dal re Roberto, nel 1337. Nel 1360 si fanno i nomi di Gilberto, Filippo e Ruggieri, confermati nei loro titoli. Successivamente un Francesco figura come signore di Marano e titolare di altri feudi nella valle del Savuto, un Mazzeo ottiene il titolo di capitano della cavalleria e risulta strettamente legato alla potente famiglia Sanseverino. Non rimane altra memoria di questi signori, che potrebbero aver incoraggiato l’erezione di una chiesa nei loro domini.
La prima menzione della presenza di una chiesa a Marano risale al 1438; in un documento pontificio21 relativo alla "chiesa rurale di Santa Maria di Marano". L’indicazione è vaga, senza un riferimento preciso ad un toponimo più circoscritto, ma si può ritenere probabile che la suddetta chiesa rurale sorgesse nel sito dell’attuale parrocchiale. La contrada Carmine si mostra ancora oggi circondata da un fitto bosco, nonostante le numerose abitazioni che vi sono state costruite; attraversata dal torrente Grimoli, lungo il quale sorgevano mulini e frantoi, questo luogo doveva avere un aspetto ben diverso prima delle innumerevoli frane, che hanno segnato profondamente il territorio. Il toponimo Monaci, che indica la zona dove oggi la strada provinciale innesta la via comunale che porta alla chiesa, potrebbe suggerire la presenza di proprietà ecclesiastiche in questa zona, oppure di qualche grangia (azienda agricola monastica) di cui però non c’è traccia nei documenti d’archivio.
Bisogna tentare di immaginare, a questo punto, cosa potesse significare la presenza di una chiesa rurale a metà nel secolo quindicesimo: gli studi disponibili, relativamente alla Calabria, descrivono un territorio scarsamente popolato, rispetto ai parametri attuali (si ipotizzano, per il basso Medioevo, da 200.000 a 400.000 abitanti per l’intera regione, rispetto ai due milioni attuali). L’insediamento risulta sparso, più ancora di quello odierno, in piccoli centri, soprattutto collinari, di poche centinaia di abitanti22. L’organizzazione ecclesiastica in Calabria si configura caratterizzata soprattutto dalla struttura parrocchiale, integrata dalla rete dei monasteri, presenti su tutto il territorio, anche nelle zone più impervie.
La documentazione limitata, la perdita di molti archivi e la poca attenzione riservata, fino ai nostri giorni, a questo tipo di memorie, oppongono limiti oggettivi alla conoscenza del medioevo calabrese. Emergono dalle fonti, in qualche caso, situazioni di degrado morale del clero parrocchiale, spesso di scarsa cultura, dato che era sufficiente conoscere il latino liturgico per accedere ai gradi minori e poter godere di rendite e di esenzioni fiscali.
Una chiesa rurale come questa di Santa Maria di Marano viene affidata solitamente ad un cappellano (cappellanus), posto al gradino più basso della gerarchia sacerdotale rispetto al rettore o all’arci-presbitero, titoli attribuiti invece al clero dei centri maggiori. Anche in un centro piccolo il clero conta su un certo numero di sacerdoti, dato che permane fino a tutto l’Ottocento e anche oltre, nelle famiglie benestanti, la tradizione di avviare i figli cadetti alla carriera ecclesiastica. Per questo motivo si incontrano nelle relazioni delle Visite pastorali, molti sacerdoti23 che si dividono le rendite delle chiese, dei singoli altari, la nomina di procuratore o di assistente di una confraternita.
Un fenomeno tipico del cosentino, infatti, è la presenza di parrocchie affidate a più sacerdoti o rettori (rectores), la presenza di comunità miste, di rito latino e greco, la particolare natura del territorio, montuoso e difficile da attraversare anche in un distretto circoscritto, spiegano questa articolazione della parrocchia, che si riscontra anche a Marano Marchesato, attestata in una relazione di un visitatore apostolico, nel 1684, dove si precisa che il parroco è tenuto24 a curare le anime di due terzi dei parrocchiani, mentre la cura del restante terzo grava sul parroco di Castelfranco25 (oggi Castrolibero).
Questa frammentazione territoriale si somma al fitto intrico delle giurisdizioni tipiche dell’antico regime, generando conflitti per il controllo dei cespiti fiscali, come quello che sarebbe all’origine della separazione tra Marano Principato e Marano Marchesato. Ancora ai primi dell’Ottocento si legge26 di un contrasto tra il parroco di Marano Marchesato, da una parte, e i fedeli della chiesa della Santissima Annunziata, in Marano Principato, costituita in parrocchia e staccata, pertanto, dalla preesistente circoscrizione. Motivo della controversia, le rendite sottratte alla parrocchia dalla nuova comunità.
 
NOTE AL PRIMO CAPITOLO
1. Luigi Conforti, battezzato il 15 dicembre 1848 a Marano Marchesato, figlio di Leopoldo e di Teresa De Filippis, viene ordinato sacerdote nel 1872 (Archivio storico diocesano di Cosenza, Fondo sacerdoti).
2. Cfr. tra i Documenti in questo volume la Visita pastorale del 1684.
3. Per il sindaco sacerdote si veda Mario De Filippis - Carmen Ambriani, Una provincia fuori legge"? Momenti dello scontro fra Destra e Sinistra in Calabria Citeriore, Cosenza, Progetto 2000, 1999, pp. 28-44. Oltre al procuratore Luigi Conforti si deve segnalare ancora un terzo omonimo sacerdote, autore di due opuscoli, uno in memoria del suo maestro, durante gli studi in Seminario, il canonico Sante Carda-mone: Luigi Conforti, Cenni biografico necrologici intorno al decano D. Sante Cardamone vicario generale dell’Archidiocesi di Cosenza, Cosenza, Tipografia dell’Ospizio della Redenzione, 1873; l’altro di argomento teologico, Il nuovo astro fra le tenebre dell’errore ovvero il domma dell’infallibilità pontificia nel secolo decimonono. Visione del sacerdote Luigi Conforti, Cosenza, Tipografia dell’Ospizio della Redenzione, 1874.
4. Ad esempio per Scalea: Carmine Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, Grafiche Moderne, 1969, pp. 52-60.
 5. Sullo scisma del 1130 si veda Civitas medievale, in Storia della chiesa, diretta da Hubert Jedin, Milano, Jaca Book, 1976, volume V/1, pp. 5-13.
 6. Tra le varie opere sull’argomento si veda Gabriele Monaco, Santa Maria del Carmine detta "La Bruna". Storia, culto, folklore, Napoli, Laurenziana, 1975. Monaco, parlando della diffusione del culto alla Madonna Bruna, a p. 188 cita proprio la nostra chiesa: "una copia è venerata in Marano Marchesato, in provincia di Cosenza... se è vero che la chiesa attuale rimonta al Quattrocento, una costante tradizione dice che nel luogo già nel 1135 era un tempio dedicato alla Madonna del Carmine, perché il paese non era lontano dalle strade attraversate da quanti, al tempo delle crociate, venivano o tornavano dalla Terra Santa".
7. Si veda il racconto, inedito, di Maria Chiappetta, Narra la leggenda, riportato tra i documenti, insieme ad alcuni brevi testi poetici dedicati alla Madonna del Monte Carmelo.
8. Alessandro Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197) pp. 62-65.
9. Si veda sull’argomento Pietro Dalena, Strade e percorsi nel Mezzogiorno d’Italia (secc. VI-XIII), Cosenza, Due Emme, 1995, pp. 49-50.
 10. Alessandro Pratesi, Carte latine…, cit., pp. 370-371.
 11. Francesco Russo, L’Ordine di Santa Maria de Valle Josaphat, "Calabria nobilissima", (IX) 1955, n. 25, pp. 120-138.
 12. Pietro Dalena, Istituzioni religiose e quadri ambientali nel Mezzogiorno medievale, Cosenza, Due Emme, 1997, p. 81: il monastero calabrese di Santa Maria di Valle Josaphat ebbe 22 dipendenze.
 13. Carlo I d’Angiò, nel 1268, conferma all’arcivescovo di Cosenza il possesso di Rende e dei suoi casali, tra cui Marano: cfr. I registri della cancelleria angioina, ricostruiti da Riccardo Filangieri, Napoli, 1968, III vol., p. 17.
 14. Per la storia del territorio e gli insediamenti, fortificati e non, civili e religiosi, si veda il saggio di Emilia Zinzi, Calabria. Insediamento e trasformazioni territoriali dal V al XV secolo, in Storia della Calabria medievale. Culture Arti Tecniche, a cura di Augusto Placanica, Reggio Calabria, Gangemi, 1999, pp. 11-87.
 15. Si veda Fedele Fonte, Rende nella sua cronistoria, Chiaravalle Centrale, Frama Sud, 1976, pp. 128-130 e note relative.
 16. Edoardo Galli, Per la Sibaritide. Studio topografico e storico, Acireale, Tip. orario delle Ferrovie, 1907, pp. 88-89.
 17. "Anno 1327 in Marano, pbr Vitalis, archipresbuter, tarenos duos", cfr. Francesco Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, vol. I, Roma, Gesualdi, 1974, n. 5706.
 18. Francesco Ughelli, Italia sacra, t. IX, seconda edizione del Coletti, Venetiis, 1722, pp. 225-226. Documento riportato da Francesco Russo, Storia dell’Archidiocesi di Cosenza, Napoli, Laurenziana, 1958, pp. 428 e 583, che legge Marano dove il testo dell’Ughelli porta Morano, toponimo errato per la vicinanza a Rende a cui fa riferimento lo stesso documento.
19. Fabrizio Castiglione Morelli, De Patricia Consentina Nobilitate Mo-nimentaorum Epitome, Napoli, s.e., 1709; Girolamo Sambiasi, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, In Napoli, Per la vedova di Lazaro, 1639, pp. 99-102. Ecco il testo di Sam-biasi, ripreso pedissequamente da Castiglione Morelli: "DE’ MARANI. In fin dagl’anni milletrecento e trenta sette chiaramente si vede, che i Cavalieri di questo Casato habbino havuto il dominio del Castel di Marano durato per continovata succession nella lor famiglia lo spatio di anni centocinquantanove. Del qual Castello Raon Marani di Calauvria si legge chauvra ne havesse la ‘nvestitura. E quantunque egli non rivelasse la morte del Padre infra la spatio dalle leggi prescritto, e fussero doppo tal morte trascorsi ben dodici anni senza rivelamento, e per tale cagione il dominio di quel Castello ricaduto fosse al suo Re, nulladimeno erano tanti i meriti di Raone, che alla sola consideraion di essi lo Re Ruperto privandosi della ragione, che sopra detta Terra come supremo Signore egli havea la riconcesse a Raone padrone parimente di alcuni altri feudi, e bene stante in ricchizze, e tenuto in fin di que’ tempi per nobilissimo, e prode Cavalere. E quantunque alla nobiltà di questa prosapia habbia il tempo le sue memorie rubbato, nulladimeno pure troviamo, che Gilberto, Filippo, e Ruggieri negli anni mille trecento sessanta sette pagavano al loro Re i suoi diritti come signori di feudi distinti in riconoscimento di vassallaggio, e che Ruperto alla signoria di Marano non solamente aggiunse i feudi erditari, ma altri ancora compri con suoi danari dalla moglie di Iacomo di Pavola detta Gostaza. Ci restan le memorie ancora di alcuni, che sono stati delli Re Raonesi graditi Camerieri, ma memoria più chiara noi habbiam di Francesco, che fu Signore di Pietramala, del Lago, e di Savuto, e fu Cavaliere di gran valore, e chiarissima la memoria conserviam di Mazzeo, Signor del feudo di Donna Romana, Capitan di Cavalli, e congiuntissimo in ogn’im-presa a’ Sanseverini. Di personaggi di questo sangue si fa honorevole men-tione in diverse scritture, e della famiglia noi giudichiamo per inveterata traditione de’ nostri Avoli, e Padri, che sia antichissima, e molto nobile in discendenza. Della qualle il Martirano (Claro etiam sanguine orti sunt Ma-rani. Caletae, quae nunc Petramala dicitur, et Sabutio, cui nunc Savutello nomen est multos annos sunt dominati. Ra Marani, qui vixit anno a Christi natalibus MCCCXXX crebra est meotio in diplomatibus regijs) L’armi de’ Marani sono tre fascie rosse in campo bianco".
 20. Vedi Fonti aragonesi, a cura degli Archivisti napoletani, Napoli, 1967, volume V, pp. 121 e 195.
 21. 1438, 23 maggio. A Paolo Pa-risio, Canonico Cosentino, si affidano le rendite di Santa Sofia di Donnicis, e di Santa Maria di Marano, chiese rurali della Diocesi cosentina, vacanti per la morte di Giacomo de Friga di Cosenza, cfr. Francesco Russo Regesto Vaticano..., cit., vol. II, n. 10375.
 22. Pietro De Leo, Mezzogiorno medievale. Istituzioni, società, mentalità, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1984, pp. 155-161.
 23. Gaspare Nudi, Quadro generale degli ecclesiastici, delle foranie, parrocchie, chiese, festività, religiosi e fedeli della Arcidiocesi di Cosenza, Cosenza, 1874, a p. 20 riporta per Marano la seguente situazione: Della parrocchia è economo don Serafino De Filippis, i sacerdoti sono Marzio Pellegrini, Giuseppe Iantorno, Luigi Spizzirri, Alessandro Passarelli, Raffaele Conforti, Luigi Conforti, Gaetano Conforti, Salvatore De Filippis, Carmine De Filippis, Ferdinando Spizzirri, Giuseppe Chiap-petta, Leopoldo Passarelli, Luigi Conforti di Vincenzo, in Rende.
 24. Archivio storico diocesano di Cosenza, Visita pastorale del 1684 (tra i Documenti in questo volume).
 25. Un documento vaticano relativo al parroco di Castelfranco, oggi Castrolibero, conferma quest’uso nel 1560: cfr. Francesco Russo, Regesto Vaticano..., cit., Pio IV, 17 giugno 1560.
 26. Antonio Savaglio, Una bella chiesa barocca di Calabria, "Calabria 2000", XIX (1990), pp. 37-38.

 

 
Maria SS. del Monte Carmelo
di Mario De Filippis
 
L’intitolazione a Santa Maria di Monte Carmelo richiama, come si è già accennato, la presenza dei Carmelitani, le cui vicende ci riportano, forse solo casualmente, al tempo delle crociate. L’origine dell’ordine carmelitano va cercata, infatti, in Terra Santa, in una comunità di eremiti fondata sul Monte Carmelo1, nel XII secolo. La riconquista araba della Palestina porta i Carmelitani a diffondersi in Europa, organizzati in forma cenobitica e con ordinamenti simili a quelli degli ordini mendicanti (francescani e domenicani).
Piero Bargellini nel suo libro più noto, Mille santi del giorno, alla data del 16 luglio ricostruisce la storia della devozione alla Madonna del Carmelo, in modo semplice ma efficace:
Nel calendario della Chiesa è segnata a questa data la festa della Beata Vergine del Monte Carmelo. Il giorno, quindi, deve essere considerato quello onomastico per tutti coloro che ripetono il nome di Carmela, o di Carmen, secondo la forma di provenienza spagnola, e anche per quelli, non pochi, che ripetono il nome di Carmelo.
Il Carmelo è un monte che in Palestina si protende sul Mare Mediterraneo, formando un ripido promontorio. È – o almeno era un tempo – ricco di verde e di vegetazione, da cui il nome di giardino o frutteto.
Nell’Antico Testamento si legge l’episodio del Profeta Elia il quale, pregando sul Monte Carmelo durante una disastrosa siccità che aveva colpito la terra di Israele, vide in cielo formarsi una nuvoletta, che rapidamente si allargò e presto coprì la volta celeste, sciogliendosi in una lunga pioggia ristoratrice, grazie alla quale la terra riarsa ritrovò fertilità e abbondanza.
La nuvola avvistata dal Profeta Elia e la pioggia miracolosamente caduta dal cielo viene considerata una delle molte figure profetiche di Maria, fonte di ogni grazia e pioggia di santità sull’arsura del male.
Lo stesso Elia, secondo la tradizione, avrebbe istituito sul Carmelo un Ordine di solitari che onorarono nella penitenza e nella preghiera la Vergine non ancora nata, destinata ad essere madre del Messia.
Per tracciare la storia dell’Ordine Carmelitano occorrerebbe rievocare la venerata figura di San Simone, denominato Stock perché, fuggito dodicenne dalla casa paterna, si rifugiò come eremita nel tronco cavo di una grande quercia.
Nato nel Kent, in Inghilterra, nel 1185, Simone Stock divenne più tardi superiore generale dell’Ordine dei Carmelitani. Fu in questa alta carica che egli ottenne, dal Papa, l’approvazione definitiva della Regola carmelitana, già da tempo codificata da San Broccardo e dal Beato Alberto.
Ma ancora più importante, nella storia dell’Ordine religioso del Carmelo fu la visione di San Simone Stock, al quale, nel corso dell’anno 1251, apparve la Madonna in veste di Nostra Signora del Carmelo, consegnando al vecchio penitente e superiore generale il prodigioso scapolare che, ella annunziò, avrebbe liberato dalle pene dell’inferno tutti coloro che lo avessero indossato.
All’eco di questa apparizione e alla diffusione dello scapolare del Carmelo, è legata la grande fioritura dell’Ordine carmelitano tra il XIII e il XIV secolo. Ma non si creda che l’anzianità di quest’Ordine risalga soltanto al tempo di San Simone Stock, o tutt’al più a quello di San Broccardo.
Quando, nel 1226, la nuova Regola monastica fu approvata dal papa Onorio III, i Carmelitani istituirono la festa della Madonna del Monte Carmelo, per festeggiare il riconoscimento della loro Regola e al tempo stesso per ricordare l’antichissima origine della spiritualità carmelitana.
L’Ordine del Carmelo vide in quei tempi una vastissima diffusione in tutti i paesi cristiani, accompagnando la diffusione dell’Ordine francescano e di quello domenicano. Non mancò città che non avesse la sua chiesa dedicata a Maria, fiore del Carmelo, e il suo convento di Carmelitani, continuatori di una millenaria tradizione di pietà mariana.
Nella festa della Madonna del Carmelo si ritrova così un ideale punto di incontro tra i millenni dell’Antica alleanza e i secoli della Redenzione. E non è senza un profondo significato che tale punto di incontro avvenga nella figura e nell’amore di Maria, fonte di ogni salvezza, pioggia di ogni grazia, fiore del Carmelo.
L’osservanza della festa del 16 luglio, dedicata a Nostra Signora del Monte Carmelo, sorge tra i Carmelitani nel 1380, dopo il riconoscimento formale dell’Ordine. Papa Sisto V, nel 15872, approva ufficialmente la festa, che nel 1600 diventa la festa patronale dei Carmelitani. Circondata da grande devozione popolare, celebrata come festa universale dal 1726, viene infine ridotta a memoria facoltativa dal 1960. Il periodo tra Seicento e Settecento appare agli studiosi animato da grande slancio religioso, soprattutto nelle varie forme della religiosità popolare. Spagna e Italia Meridionale in primo luogo conoscono una tale diffusione di questo culto da caratterizzarsi in modo peculiare rispetto alle altre terre cristiane.
Potrebbe risalire al periodo di massima diffusione di questa devozione, tra il Cinquecento e il Seicento, l’intitolazione della chiesa parrocchiale di Marano Marchesato alla Madonna del Monte Carmelo, considerando la grande crescita delle devozioni carmelitane in questi anni. Potrebbe anche essere stata una confraternita, in un momento di particolare vivacità, ad ottenere l’intitolazione. Per la stato della documentazione non è possibile andare oltre le ipotesi; solo la data del 1608 riportata dalla lapide posta nella chiesa sottolinea l’importanza di questo periodo.
Nel sedicesimo secolo, inoltre, si afferma la signoria degli Alarçon, una famiglia spagnola, in un vasto territorio che va da Carolei a Rende, ma comprende anche Fiumefreddo Bruzio. La denominazione Marano Marchesatosi attribuisce proprio alla presenza di questa famiglia e alla disputa con i Sersale di Cerisano per il controllo dei territori posti al confine delle due signorie. Tutta da indagare l’incidenza degli Alarçon su queste terre; basti notare, per quel che riguarda la nostra ricerca, che sotto il loro dominio a Carolei viene fondato un convento carmelitano.
Tra le devozioni riconducibili al Carmelo quella più nota e diffusa è sicuramente lo scapolare: una specie di mantello, lungo quasi fino ai piedi, che parte dalle spalle (da cui il nome dal latino scapulae, spalle), in epoca antica utilizzato dai monaci durante il lavoro manuale. Con i Carmelitani si diffonde la tradizione dello scapolare anche per i laici, secondo la promessa fatta dalla Vergine a San Simone Stock, di salvare chiunque, al momento di morire, indossasse lo scapolare. Dal XV secolo in poi gli scrittori carmelitani cominciano a parlare di questa pratica pia anche per i laici, quindi in origine era diffusa solo tra i religiosi. La diffusione della devozione si accompagna, nei secoli successivi, al grande sviluppo dell’Ordine e delle confraternite laicali ad esso collegate; si pone il problema delle dimensioni del mantello, troppo ingombrante per i laici, che viene sostituito con un abito simbolico, molto ridotto di dimensioni, fino a quando papa Pio X autorizza l’uso, in alternativa, di una medaglia.
Non si pretende in poche parole di illustrare gli aspetti molteplici di un fenomeno così ampio come quello della pietà popolare, ma solo di accennare i fatti indispensabili per comprendere in quale orizzonte si pone la piccola comunità di Marano Marchesato.
La presenza dei Carmelitani in Calabria, dopo queste vicende che li portano ad essere assimilati agli ordini mendicanti, è piuttosto tarda rispetto ad altre regioni, i confini della provincia di Calabria vengono definiti solo nel 15754. La diffusione dell’Ordine però è molto anteriore, risalendo al Trecento la fondazione del convento di Corigliano5.
Ovviamente la storia dell’Ordine non esaurisce quella della sua diffusione popolare6, ma sicuramente la presenza dei frati veicola e diffonde queste manifestazioni ben oltre i limiti della presenza dell’Ordine. Fondamentale appare, in Calabria, il ruolo delle confraternite, di cui si parla più avanti, nell’affermarsi di una devozione; bisogna anche aggiungere che la gran parte di queste confraternite, inoltre, sorgefuori dai conventi, per iniziativa dei laici, caratterizzando in modo peculiare l’Italia Meridionale.
Basti pensare, anche per l’epoca attuale, ai legami che uniscono le comunità di maranesi all’estero con la parrocchia, attraverso la devozione alla Madonna del Carmine, le offerte, le richieste di suffragi.
A Marano Marchesato il momento della festa patronale, il 16 luglio, in concomitanza con la fiera che, dai tempi più antichi, si tiene intorno alla chiesa, assume rilevanza per i molteplici significati che in essa sono leggibili. La festa religiosa è in primo luogo momento di socialità, in cui tutta la comunità si riconosce collettivamente e si identifica nella sua patrona. La vita stessa della comunità viene sancita, nel suo ritmo, dalle feste, che si succedono una dopo l’altra, durante l’estate, impegnando i comitati promotori e tutti i fedeli in gare di generosità, animate anche dalla volontà di superare i paesi vicini.
Come si può conoscere la storia religiosa calabrese e quindi, indirettamente, anche quella sociale e culturale? La vita delle piccole università, come venivano chiamati i comuni durante l’antico regime, può essere indagata grazie ad una straordinaria mole di documenti custoditi negli archivi ecclesiastici.
La Riforma cattolica, o Controriforma, codificata nel Concilio di Trento, dà nuova energia spirituale alla Chiesa e detta norme vincolanti per la vita religiosa in tutto il mondo cristiano. In particolare i decreti conciliari impongono a tutte le diocesi di dotarsi di un seminario per la formazione del clero. A Cosenza il seminario viene istituito nel 1589. Le parrocchie, inoltre, ricevono disposizioni per la tenuta dei registri e dei libri, i vescovi o i loro delegati ispezionano periodicamente le chiese, lasciando delle relazioni ancora oggi utilissime per conoscere la storia di questi anni. Anche le chiese di Marano figurano sui resoconti delle Visite pastorali.
La comunità parrocchiale appare minuscola, ma devota e non interessata da fenomeni vistosi di superstizione o di magarìa, almeno tali fenomeni non vengono segnalati dai prelati in visita. Le Visite pastorali, a cominciare da quella del 1666, la prima in cui si parla di Marano Marchesato, e le successive, sono state riportate in questo volume per esteso. Dell’archivio parrocchiale rimane ben poco; per fortuna si sono conservati alcuni dei registri più antichi, relativi ai battezzati e ai defunti. Una mole straordinaria di notizie emerge dai fondi notarili dell’Archivio di Stato di Cosenza.
 
 
 
NOTE AL SECONDO CAPITOLO
 
1. Civitas medievale, in Storia della Chiesa, cit., p. 251
2. Michael Walsh, Il grande libro delle devozioni popolari, Casale Monferrato, Piemme, 2000, pp. 188; 293; 322.
3. Si veda Gustavo Valente, Dizionario dei luoghi della Calabria, Chiaravalle Centrale, Frama’s, 1972, volume II, pp. 580-582.
4. Elisa Novi Chiavarria, Insediamento e consistenza patrimoniale dei Carmelitani in Calabria e in Puglia attraverso l’inchiesta innocenziana, in Ordini religiosi e società nel Mezzogiorno moderno (a cura di Bruno Pellegrino e Francesco Gaudioso), Galatina, Congedo, 1987, pp. 203-230.
5. Molte notizie sulla storia dei Carmelitani in Calabria nel volume di padre Anselmo Cosimo Leopardi, I Carmelitani di Calabria, Palmi, Istituto di scienze religiose dei Padri Carmelitani, 1987, (tip. Marafioti di Polistena).
6. Per i patronati cfr. Giuseppe Galasso, Gli insediamenti e il territorio, in L’altra Europa. Per una antropologia storica del Mezzogiorno d’Italia, Milano, 1982, pp. 88 e 114.
7. E. Boaga, Le Confraternite del Carmelo e dello Scapolare, in La dimensione mariana del Carmelo, vol. I, Roma, 1980.
 
 
 
CONFRATERNITE ED OPERE PIE
di Mario De Filippis
 
 
Cos’è una confraternita? Secondo il diritto canonico attuale è un’associazione fedele a Cristo, in cui chierici e laici insieme tendono all’incremento di una vita perfetta, alla promozione del culto e della dottrina cristiana, ad altre opere di apostolato, di pietà e di carità, di animazione dell’ordine temporale mediante lo spirito cristiano. Il Codice di diritto canonico (canone 301 §1) distingue, inoltre, le associazioni private, che possono sorgere liberamente, da quelle pubbliche, che necessitano dell’approvazione dell’autorità ecclesiastica.
Le confraternite, o Terz’ordine, dato che spesso sono costituite da laici che si ispirano ad uno dei tanti ordini religiosi presenti nella chiesa, sorgono durante il Medioevo, in una società che si basava e si articolava secondo i vincoli, i legami dati dalla parentela in senso molto ampio, ma anche dal lavoro comune, dall’appartenenza ad un luogo, ad una strada o contrada. Spesso le confraternite riuniscono gli artigiani che svolgono lo stesso lavoro, oppure i rappresentanti di una classe sociale più elevata, aristocratici o borghesi; la sede dell’associazione è presso una chiesa, a volte costruita per volontà della stessa confraternita. Già nei primi secoli dell’era cristiana si costituiscono dei gruppi con il compito di provvedere alla sepoltura dei defunti, e questa pia pratica caratterizzerà per secoli molte confraternite, che assumeranno proprio la cura dei cimiteri e dei funerali. Così opera a Marano Marchesato la confraternita, sia nel periodo in cui le sepolture avvengono nei pressi della chiesa parrocchiale, sia quando viene costruito il cimitero accanto alla Chiesa dell’Assunta. Perché la cura del cimitero e delle sepolture assume tale importanza? Perché proprio le sepolture, specie dei più poveri, avvenivano in un modo così degradante e precario da sollecitare l’attenzione della comunità, da attivare le energie umane e materiali dei fedeli. I verbali delle Visite pastorali citano una sola confraternita, quella dell’Immacolata, con sede presso l’omonima chiesa, da più di cinquant’anni chiusa al culto e adibita, in passato, a piccolo teatro parrocchiale. I documenti di archivio ne attestano ben quattro1, Maria SS. del Carmelo, SS. Immacolata, SS. Rosario e Sacro Cuore di Gesù; forse potrebbe trattarsi, in un caso, della medesima congrega che compare sotto diversi titoli, come è documentato in altri centri nel Meridione.
Quattro congreghe sembrerebbero sproporzionate rispetto alla popolazione del comune, che non ha mai superato le tremila anime; piuttosto le varie intitolazioni potrebbero documentare i tentativi fatti, in momenti diversi, di ridare slancio ad una forma associativa che ha subìto varie vicissitudini, sia durante il governo borbonico, sia con la realtà unitaria e le leggi piemontesi.
Ancora nel 1946 il parroco don Giuseppe Intrieri scrive alla Curia generalizia carmelitana per otteneredi ridare vita ad una confraternita del Monte Carmelo3, segno che a quella data doveva da tempo risultare in abbandono qualunque pratica ed attività legata a questa forma di associazione. Bisogna dire a questo proposito, però, che i sacerdoti da tempo avevano cercato di introdurre dappertutto, anche a Marano Marchesato, nuovi modelli di associazionismo laicale, per sostituire le antiche congreghe: l’Associazione San Luigi, il Sacro Cuore ed altre.
Le confraternite, insomma, oggi farebbero parte del mondo del volontariato o del no profit, sebbene siano quasi completamente scomparse come forma di associazione, insieme al loro patrimonio di tradizioni, di legami di solidarietà fra le persone, di riconoscimento semplice e immediato della possibilità di rispondere ai bisogni.
Per quanto riguarda le vicende delle associazioni laicali in Italia Meridionale bisogna ricordare che, nel Regno di Napoli, tra il 1760 e il 1798, hanno dovuto inviare a Napoli le proprie regole, per essere approvate dal Re, previo esame della Curia del Cappellano Maggiore o della Camera di Santa Chiara. In quest’epoca la monarchia borbonica attua una politica di intromissione negli affari ecclesiastici, imponendo a queste antiche istituzioni laicali l’esame e l’approvazione regia, secon-do un indirizzo comune a molti governi europei. Da ciò anche la consistente documentazione disponibile negli archivi pubblici piuttosto che in quelli ecclesiastici.
In particolare per le confraternite carmelitanesi dispone di una serie di dati, tratti da vari archivi, statali ed ecclesiastici. In Calabria sono state censite 83 confraternite del Carmine, di cui 13 in diocesi di Cosenza. In ordine cronologico la più antica viene istituita a Reggio Calabria, nella Chiesa del Carmine, nel 1520.
In Calabria Citeriore (attuale provincia di Cosenza) la prima confraternita nota è quella di Scalea, nel 1606. Bisogna arrivare al 1742 per incontrare i documenti relativi a Rende, dove la confraternita ha sede presso la Chiesa di San Giuseppe; nel 1778 a Mendicino, nel 1824 a Cerisano. Solo nel 1883 si incontra la confraternita di Marano Marchesato5, fondata il 9 febbraio nella chiesa parrocchiale, e rinnovata il 15 febbraio 1955; bisogna dire però che gli archivi non sono completi e una parte della documentazione potrebbe essere andata dispersa.
Sono numerose anche le parrocchie dedicate alla Madonna del Carmine, in provincia di Cosenza: Carolei, Cosenza, San Vincenzo La Costa, Marano Marchesato, Montalto Uffugo, Parenti, San Giovanni in Fiore, San Marco Argentano, Sotterra di Paola, Spezzano Albanese.
Gli studiosi dell’Ordine carmelitano evidenziano il carattere popolare ed interclassista delle confraternite carmelitane, aperte ad artigiani e ad altri gruppi di lavoratori; si cita come esempio il caso di Masaniello, le cui vicende, fino alla tragica fine, si svolgono tutte accanto alla chiesa del Carmine Maggiore in Napoli.
Alcuni storicidanno una lettura in complesso negativa di questa forma di associazionismo, sottolineano, in particolare, le rivalità tra una congrega e l’altra, dietro cui si evidenziano gli scontri tra le famiglie e i gruppi sociali che rispettivamente le sostengono.
Per quanto riguarda la comunità di Marano Marchesato non esistono indagini specifiche sull’associazionismo in questo circondario, dove pure, ancora oggi, operano una serie di confraternite fortemente radicate7 nella storia locale. Si può prendere come riferimento la Congregazione del Carmine di Cerisano, un comune a pochi chilometri da Marano, centro per alcuni secoli dei domini della famiglia Sersale. Il regolamento della congrega di Cerisano viene approvato da Ferdinando II il 20 giugno 1824. Si tratta di un testo piuttosto scarno, dedicato soprattutto agli obblighi economici e all’impegno dei fratelli a partecipare alle preghiere comuni. Il regolamento sottolinea che i fratelli devono "evitare le compagnie scandalose, le conversazioni, i ridotti di gioco o altri simili scandali", non parlare di ciò che viene deliberato in Congregazione, soprattutto di eventuali "mortificazioni", cioè provvedimenti disciplinari a carico di un fratello. La parte più interessante tocca da vicino l’ispirazione cristiana della confraternita: "infermandosi qualche fratello o sorella, gl’infermieri che debbono essere i più provetti, parteciparlo al Priore ed Ufficiali, acciò occorrendo possa essere soccorso l’infermo dalla Congregazione, colla pietà ed elemosina dei con-fratelli". Non ci sono norme relative al censo dei fratelli, si raccomanda soltanto che gli ufficiali godano di buona fama. Ancora operante oggi, si mantiene viva in essa la memoria della rivalità con l’altra confraternita attiva in paese, quella del Rosario.
La perdita della documentazione cartacea relativa a Marano potrebbe essere compensata da indagini demoantropologiche; una traccia della solidarietà antica potrebbe essere rinvenuta in altri momenti della storia della parrocchia, ad esempio la nascita della Cassa rurale, di cui si parlerà più avanti. La presenza di una società di mutuo soccorso, agli inizi del Novecento, andrebbe indagata in questo senso.
Qualche notizia ci viene da un Questionario del 1936, riportato per esteso tra i Documenti del volume. Negli anni trenta erano attivi un asilo infantile, istituito dal dottor Iantria, residente a Napoli ma originario di Marano Marchesato e un Orfanotrofio femminile, fondato da un alto magistrato. I due enti verranno uniti e le loro vicende saranno al centro del dibattito politico e amministrativo comunale, fino ai nostri giorni.
 
 
 
NOTE AL TERZO CAPITOLO
 
1. Archivio storico diocesano di Cosenza, Confraternite, Marano Marchesato. Si veda anche tra le carte della famiglia Aiello di Marano Marchesato. Notizie riguardanti divisioni, cessioni, rinunzie, titoli di compro dei fondi ecc. ecc. Il tutto concernente Giuseppe Pellegrini Occhiuti e suoi eredi. Senza data ma 1909: Censo dovuto al Rosario di Marano Marchesato. Riguardo un censo prima appartenente a Belmonte Andrea (alias Sciollafurnu) e poi a Pellegrini Occhiuti Francesco in Lire 5,10 annue, bisogna vedere l’istrumento 11 marzo 1767 per notar Gatti. (Cfr. fascicoletto delle ricevute del censo del SS. Rosario di Marano Marchesato - Ric. 14 settembre1909).
2. Nella biblioteca del sacerdote Giuseppe Intrieri, di Marano Marchesato sono stati rinvenuti due documenti: Curia generalizia dei Padri Carmelitani, Roma 17 gennaio 1946. Al parroco di Marano Marchesato. Risposta a una richiesta di istituzione di Confraternita e Terz’Ordine. Curia generalizia dei Padri Carmenlitani, Roma 28 gennaio 1946. Al parroco di Marano Marchesato, Risposta a una richiesta di istituzione di Confraternita e Terz’Ordine.
3. Per una rassegna della bibliografia sull’argomento e per le riflessioni sul problema della committenza si veda Giorgio Leone, L’iconografia della Madonna del Carmine e la committenza confraternale in Calabria dal XVI al XIX secolo, in Confraternite, chiesa e società. Aspetti dell’associazionismo laicale europeo in età moderna e contemporanea, a cura di Liana Bertoldi Lenoci, Cosenza, Fasano, 1994, pp. 717-754.
4. Anselmo Cosimo Leopardi, I Carmelitani di Calabria, cit., segnala tra le sue fonti presso l’Archivio di Stato di Napoli, il fondo della Regia Camera di Santa Chiara, Inventario n. 58, Ca-pitolazioni delle Congreghe.
5. Ibidem, p.200.
6. In particolare Enzo Misefari, Storia sociale delle Calabria, Milano, Jaca Book, 1976, da p. 230 in poi.
7. Sono ancora attive, ad esempio, le confraternite del Rosario di Rende, del Carmine e del Rosario di Cerisano, Cfr. anche Maria Teresa Reda, Statuti delle confraternite laicali a Mendicino, "Rivista storica calabrese", N. S. anno VIII (1987), n. 1-4, pp. 535-571.
8. Cfr. Regolamento della Congregazione del Carmine di Cerisano (Diocesi di Cosenza), Cosenza, Tipografia del giornale "La Lotta", 1892. L’opuscolo di 16 pagine riporta il Decreto Regio e il Regolamento; mi è stato segnalato dal dottor Lorenzo Chiappetta di Ceri-sano, che ringrazio per la cortesia.

 

 

VITA DELLA COMUNITA'
di Mario De Filippis
 
Nel 1946, anche a Marano Marchesato le ferite della guerra sono ancora ben visibili; a parte i caduti al fronte, quattro bambini perdono la vita tragicamente, dilaniati dall’esplosione di un residuato bellico. Proprio nei pressi della chiesa parrocchiale si era installata una batteria antiaerea tedesca; dopo lo sbarco degli anglo-americani in Calabria, l’8 settembre 1943, il reparto aveva abbandonato la posizione, facendo esplodere le munizioni, che si erano sparse per un largo raggio intorno, fino al comune limitrofo di Marano Principato, nel cui territorio vengono ritrovati proiettili inesplosi. Molti ricordano, inoltre, il soldato tedesco fucilato dai commilitoni per aver sottratto un po’ di benzina dal campo, sepolto nel cimitero comunale per molti anni. Il giovane parroco del tempo, don Giuseppe Intrieri, giunto in paese nel 1942, nel pieno di queste tragiche vicende, riesce a pubblicare un bollettino parrocchiale, l’Eco del Carmine, sul quale rivolge un appello ai fedeli:
 
DEVOTI DEL CARMINE
Conosciamo bene la vostra devozione alla Vergine del Carmine, conosciamo il vostro attaccamento alla Venerata Immagine che sotto questo titolo si onora nella chiesa a Lei dedicata in Marano Marchesato. Vicini e lontani voi avete sempre nel vostro cuore e sulle vostre labbra il nome della Madonna del Carmine di Marano. A Lei siete ricorsi e ricorrete nelle vostre angustie, nei vostri bisogni spirituali e temporali ed Ella vi ha sempre esaudito maternamente. Quanti vostri padri, figli, sposi, parenti sono stati salvati e ricondotti alle vostre case, dopo questa guerra terribile, per la sua intercessione. Ma se la guerra delle armi è finita, una vera pace non è ancora spuntata nel mondo, che rimane sempre una valle di lacrime e di dolori. La vostra Madonna del Carmine vuol rimanere perciò sempre accanto a voi per difendervi. Venerate nelle vostre case la sua immagine, portate sul vostro petto il Santo Abitino, invocatela sempre. Questo foglio vi porterà la voce di Maria, delle sue grazie, dei suoi favori. Vogliate gradirlo e aiutarlo con le vostre offerte. Abbiamo in pensiero, con l’aiuto di Dio, della Vergine, e vostro, di riparare e abbellire la sua Chiesa e di far sorgere accanto ad essa opere di beneficenza. Viva la Madonna del Carmine!
Il parroco si rivolge, in questi anni, a chiunque possa intervenire; tra le sue carte si rinvengono numerose lettere a uomini politici e le risposte1 delle varie amministrazioni interpellate.
L’attaccamento dei fedeli alla chiesa patronale e ai santi patroni, a volte, si manifesta in forme distorte ed eccessive, in conflitto aperto anche con l’autorità ecclesiastica, quando quest’ultima cerca di frenare abusi o pratiche giudicate non ortodosse.
Nel 1924, ad esempio, in un clima di scontro in tutta Italia fra episcopato da una parte ed autorità locali dall’altra, per il controllo delle feste religiose, il sindaco di Marano Marchesato, Nicola Sicilia, affida a un volantino la sua protesta per le limitazioni imposte alle processioni:
 
Cittadini!
Contrariamente a quanto venne esposto nel manifesto del 2 corrente, affisso sulle cantonate del paese in ordine alla celebrazione della festa di San Rocco con relativa processione stabilita per domenica 6 corrente, mi faccio il dovere di render noto a questa spettabile popolazione che Sua Eccellenza Trussoni, sempre contrario per le processioni di tutti i nostri veneratissimi santi, ha imposto al facente funzioni parroco, signor Don Cesare Chiappetta, di tenere domenica prossima chiusa la porta della chiesa, affinché la processione non venga fatta, del che è stato anche informato il Maresciallo dei Regi Carabinieri di Rende per evitare ogni possibile perturbazione nell’ordine pubblico. E perciò, egregi miei concittadini, che vi esorto alla calma e mantenere quel contegno che si addice a gente pacifica e civile.
Nello stesso tempo farò le pratiche del caso per far disporre che si facciano tutte le processioni dei nostri santi e siano rispettati i diritti del popolo.
Marano, 4 luglio 1924 Il Sindaco Nicola Sicilia
I rapporti tra il Comune e l’arcivescovo sono tesi da tempo, come si legge nella lettera che il Sindaco aveva inviato2 a Mons. Trussoni due anni prima:
 
Rispondo alla nota dell’E. V. del 14 corrente per farle osservare che il sottoscritto in data 11 corrente inviò a V. E. una lettera concernente le feste dei santi titolari e santi supplenti (così sono stati classificati dai preti locali), semplicemente per soddisfare il desiderio del procuratore della Madonna del Carmine, sacerdote Conforti Antonio e dimostrare anche a questi cittadini che nessuna colpa si può attribuire all’Amministrazione comunale per la proibizione delle processioni dei santi esistenti in queste chiese, siano essi grandi, siano essi piccoli, siano essi titolari, siano essi supplenti.
La risposta dell’E. V. mi ha lasciato alquanto male sia perché io non debbo vivere con le chiese o coi santi o coi preti e sia perché essa risposta è stata fatta da persona savia, colta e coscienziosa, qual è l’E. V.
In chiesa – come ha detto l’E. V. – si facciano pure le feste solite a farsi, però circa le processioni contrariamente a quanto volle disporre l’E. V., tengo a dirle che di esse per ogni chiesa non ne permetto una.
Non è il vescovo o il parroco che deve nei paesi permettere le processioni, gli spari di mortaretti e di fuochi artificiali, bensì il solo Sindaco, che rappresenta l’Ufficiale di pubblica sicurezza e d’ordine pubblico.
Per lo scrivente le chiese ed i santi sono tutti uguali, nessuno di essi è più miracoloso o più ricco d’un altro.
Ed ecco per cui, a questi cittadini che vogliono tutte le processioni e tutte le feste, feste che essi sostengono mediante ricche e spontanee offerte (i santi che trovansi nella chiesa del Carmine – secondo la voce del pubblico – incassano circa lire 100.000 all’anno), ricavate dai loro guadagni sudati e stentati, bisognerebbe consentire tutti i permessi anche i più piccoli.
Eccellenza, pare che anche lei sia ostinato a dare i permessi – sempre avuti per il passato – a causa dei quali, come ebbi a farle osservare, giorno per giorno va scemando in questo paese la fede religiosa, la quale per me rappresenta l’unica fonte di bene, l’unica ricchezza, l’unica ispirazione grande e bella, l’unica mira per il raggiungimento della felicità eterna.
Il Sindaco Nicola Sicilia
 
Nei Sinodi delle varie chiese locali, da un secolo all’altro, fino ad oggi si possono leggere le preoccupazioni dei vescovi davanti a manifestazioni di religiosità popolare ritenute eccessive; il ripetersi delle norme, dei divieti, delle raccomandazioni, segnala anche la scarsa riuscita di questi tentativi.
Qualche anno prima, del resto, la popolazione di Marano si era opposta violentemente al tentativo di spostare le statue e le immagini sacre dalla chiesa, pericolante per l’ennesima frana; riferisce il fatto il parroco del tempo, don Luigi De Filippis, in una lettera all’arcivescovo, riprodotta tra i Documenti di questo volume.
La parrocchia non esprime però solo un arcaico attaccamento alle tradizioni; da essa partono anche i tentativi di rinnovamento e di partecipazione dei cattolici alla vita politica e amministrativa, locale e nazionale. A Marano Marchesato, nel 1920, don Carlo De Cardona e don Luigi Nicoletti, artefici del movimento cattolico in provincia di Cosenza, vengono ad inaugurare la locale sezione del Partito Popolare. Nello stesso periodo, per iniziativa di don Luigi De Filippis, il già citato3 parroco, si dà vita anche a Marano ad una Cassa rurale, per aiutare contadini ed artigiani nella loro attività e anche per sottrarli agli usurai.
In piena guerra, nel 1942, si insedia a Marano il giovane sacerdote Giuseppe Intrieri, originario di San Pietro in Guarano4. Nel lungo arco di tempo in cui guida la parrocchia molte cose cambiano nella chiesa; negli anni Cinquanta si richiedeva ad ogni sacerdote di schierarsi apertamente e duramente contro i partiti di sinistra. Le contrapposizioni rigide di quell’epoca sono nella memoria di tutte le persone di una certa età, ma risultano anche documentate attraverso le lettere anonime e le feroci satire in dialetto, da una parte e dall’altra. Sull’altro fronte, a sinistra, in paese c’era il medico condotto, il dottor Giovanni Conforti5, militante del Partito d’Azione approdato poi, dopo la rapida parabola azionista, al Partito socialista. Il dopoguerra è caratterizzato per tutta la Calabria da una nuova, imponente, emigrazione di massa, rivolta soprattutto, almeno per Marano Marchesato, verso gli Stati Uniti. Dalle comunità degli emigrati giungono le rimesse in dollari per chi è rimasto a casa; arrivano anche offerte generose per la chiesa parrocchiale, soprattutto in occasione della festa del 16 luglio. Grazie a queste offerte la parrocchia si fa carico, tra le tante iniziative, di promuovere anche la realizzazione di un monumento ai caduti, che viene realizzato con il contributo degli emigrati6.
Gli anni Sessanta e Settanta portano un po’ di benessere, grazie alle rimesse degli emigrati e alla politica dei massicci investimenti pubblici, per dotare la Calabria delle infrastrutture indispensabili. Sono anche gli anni in cui si allenta il senso di appartenenza alla comunità di origine, con la perdita di molte radicate tradizioni.
Permane il legame della gente con la chiesa parrocchiale, anche a distanza di migliaia di chilometri, come nel caso delle comunità di emigrati. Anche in occasione di gravi calamità tutto il paese si riconosce e si riunisce intorno all’antico Santuario, come leggiamo da La Comunità Maranese, n. 7 giugno 1989:
 
Il 4 giugno 1989, seguendo una bella tradizione, il Sindaco Marigliano ha offerto alla Madonna del Carmine le cinque rose, in rappresentanza delle zone del paese, in ricordo e riconoscenza del voto espresso dallo stesso Sindaco in occasione del terremoto del 20 febbraio 1980.
Uno stampato della parrocchia rievoca l’evento, lo stato d’animo di quei giorni, il sollievo per lo scampato pericolo:
 
Il violento terremoto del 20 febbraio 1980 non ha fatto vittime umane, e di ciò ne ringraziamo vivamente la Madonna - ha però prodotto danni alle abitazioni e alla stessa chiesa consacrata alla Vergine SS. del Carmine, alla quale vi sentite legati da sincera e profonda devozione. Molti di voi in questa chiesa hanno ricevuto il Battesimo, la Prima Comunione, la Cresima e il Matrimonio. Tutti certo ricorderanno le tante volte che son venuti a pregare in questa chiesa dinanzi all’Immagine della Madonna, specialmente nella ricorrenza della solenne festa di luglio. Tanti forse ricorderanno di aver invocato questa Santa Madre e Regina del Carmelo e di aver ricevuto qualche grazia particolare per sua intercessione. Ora la sua chiesa, colpita dal sisma, è chiusa al culto e ha bisogno di urgenti restauri, per poter essere riaperta e ritornare ad accogliere tutti i suoi figli devoti, specialmente per la prossima festa di luglio. Noi siamo sicuri che le competenti autorità italiane interverranno sollecitamente e generosamente, ma fidiamo anche nelle vostre libere offerte, come vi suggeriscono la vostra devozione e le vostre disponibilità, onde poter affrontare qualche lavoro più urgente e portare la chiesa a una sufficiente agibilità per la festa del mese di luglio.
La Madonna del Carmine benedica voi e le vostre famiglie. Vi ringraziamo anticipatamente per quello che farete.
Marano Marchesato, 24 aprile 1980
Il Parroco Giuseppe Intrieri
Del passato più lontano, inoltre, i documenti relativi alla chiesa parrocchiale richiamano vicende8 altrimenti non documentabili, come le numerose frane e i terremoti, ricorrenti da un secolo all’altro, una minaccia costante alla vita degli uomini. Di particolare interesse, in qualche modo misteriosa, l’iscrizione incisa sulla campana più grande, datata 1771. Nel 1771, dopo diciotto anni la chiesa ha di nuovo la sua campana, gioiscono il parroco e il procuratore della chiesa, soprattutto perché ciò avviene dopo un periodo di grande miseria di tutta l’Italia e dopo un grave10 terremoto, che ha causato di nuovo la rovina di questa terra.
Questi brevi testi sembrano offrire la conclusione adeguata all’esame che si è tentato di dare della vita di questa piccola comunità, saldamente legata alle sue radici, con un legame immediato, a volte anche ingenuo, ma vitale e fecondo.
Sulla natura di questa devozione sono estremamente interessanti le note del Questionario del 1936, una vera indagine sociologica, voluta dall’arcivescovo dell’epoca. Appare acuta l’analisi della morale del popolo; minuziosa, quasi ossessiva la preoccupazione degli autori dell’inchiesta di appurare situazioni preoccupanti, come la diffusione della "moda procace" fra le giovani donne11. Vengono posti anche quesiti sulla diffusione della "stampa perversa" e sul ricorso a pratiche superstiziose ("le fattucchiere di San Fili e Laurignano").
 
NOTE AL QUARTO CAPITOLO
1. Tra le tante lettere conservate nella biblioteca del sacerdote Giuseppe Intrieri, parroco di Marano Marchesato, citiamo: Ministero dell’Interno, Roma 21 marzo 1949. All’On. Avv. Benedetto Carratelli, Camera dei Deputati - Roma. Sussidio per la chiesa parrocchiale di Marano Marchesato. Comune di Marano Marchesato, 19 giugno 1949. Al molto reverendo parroco Don Giuseppe Intrieri. Oggetto: olio per la parrocchia. Marano Marchesato, 16 settembre 1950. Prof. Salvatore Spizzirri presidente dell’Asilo L. Iantria di Marano Marchesato. Al Ministero degli Interni Roma. Richiesta di sussidio straordinario. Orfanotrofio A. e S. Tenuta, Marano Marchesato 14 maggio 1951. Al R. Parroco D. Giuseppe Intrieri. Ringraziamenti per un sussidio del Ministero degli Interni.
2. Lettera del 17 giugno 1922, conservata presso l’Archivio storico diocesano di Cosenza, Fondo parrocchie, Marano Marchesato.
3. Del sacerdote Luigi De Filippis, presso l’Archivio storico diocesano di Cosenza, Fondo sacerdoti, si conserva il fascicolo relativo agli studi in Seminario, dal 1899 in poi. Collaboratore di De Cardona, fondatore della Cassa rurale di Marano Marchesato. Dà vita, inoltre, all’Associazione cattolica San Luigi, che dona libri alla biblioteca parrocchiale. Parroco di Marano Marchesato dal 1916 al 1941. Cfr. Luigi Intrieri, Don Carlo De Cardona e il movimento delle Casse rurali in Calabria, Cosenza, Effesette, 1985, p. 141.
 4. Il sacerdote Giuseppe Intrieri, la cui famiglia era originaria però di San Pietro in Guarano (Cs), nato a Cerisano (CS) il 4 settembre 1915, studia prima presso il Seminario diocesano di Cosenza, consegue poi il Dottorato in Sacra Teologia presso la Facoltà teologica San Luigi a Napoli, il 3 giugno 1940. Parroco di Marano Marchesato dal 1942 al 1987. Direttore dell’Archivio storico diocesano di Cosenza, presso il quale, nel Fondo sacerdoti, si conserva il fascicolo relativo agli studi, 1937-1940. Redattore di Parola di vita, su cui pubblica numerosi interventi, tra cui Don Carlo De Cardona (anni 1898-1904). Fase iniziale, 27 aprile 1968; 2 maggio 1970, Il canonico D. Cesare Vitari. Pubblica, inoltre, Il monastero delle Cappuccinelle di Cosenza e la sua ultima superstite Suor Teresa Vitari, Cosenza, Editrice cattolica meridionale, 1970; La Chiesa in Calabria nelle fonti documentarie dell’Archivio storico diocesano di Cosenza, in Storia della Chiesa in Calabria. Catalogo della mostra..., pp. 49-57. Vedi anche Festa di Maria SS. del Carmelo - Marano Marchesato 1966, Cosenza, Mit, 1967. Socio fondatore del Centro studi Carlo De Cardona, costituita a Cosenza nel 1970, collabora ai Quaderni decardo-niani, su cui pubblica: Don Carlo De Cardona e la prima esperienza elettorale del partito cattolico cosentino, anno I, n. 1, ottobre dicembre 1970, pp. 22-31; Con D. Carlo De Cardona i cattolici cosentini si inseriscono per la prima volta nel Consiglio provinciale (luglio 1905), anno II, n. 1, marzo 1971, pp. 9-16; D. Carlo De Cardona pioniere e apostolo della redenzione dei lavoratori in Calabria, anno III, n. 1, dicembre 1972, pp. 16-32. Numerosi testi della biblioteca parrocchiale provengono dalla sua biblioteca personale, come Profili e rilievi aloisiani, Napoli, 1926, che reca il timbro del Seminario regionale campano e l’annotazione "Diacono Giuseppe Intrieri, Natale 1939".Vedi anche Luigi Intrieri, L’Azione cattolica a Cosenza, Roma, Ave, 1997, ad vocem. I documenti del suo archivio sono riferi-bili in massima parte all’attività di archivista diocesano e ai suoi interessi di studioso e di lettore. Molte carte riguardano la parrocchia di Marano Marchesato e la vita politica e amministrativa nel circondario delle Serre cosentine.
 5. Avversario in politica il dottor Conforti era comunque il medico di tutti, anche del parroco, come risulta dai documenti. Sulla vita politica negli anni Cinquanta e Sessanta si veda Mario De Filippis, Giovanni Conforti. Democrazia e impegno amministrativo nel Cosentino, Cosenza, Due Emme, 1998.
 6. Ancora dalle carte del parroco Don Giuseppe Intrieri: Studio tecnico geometra Filiberto De Filippis - Mara-no Principato, 15 settembre 1955. Spese sostenute per la sistemazione del Monumento ai caduti a Marano Marchesato.
7. Si veda anche, tra le carte della Biblioteca di don Giuseppe Intrieri: Comune di Marano Marchesato, Relazione tecnica per il restauro della chiesa della Madonna del Carmine, Cosenza, 2 aprile 1980, ing. Vincenzo Rende.
8. Per la storia di Marano nell’Ottocento si veda Mario De Filippis - Carmen Ambriani, "Una provincia fuori legge?"..., cit. In Archivio di Stato a Cosenza, si possono consultare i seguenti documenti: Intendenza di Calabria Citra, Opere pubbliche comunali, Marano Marchesato, Stato della spesa erogata per la festa votiva della Vergine del Carmine. 1838. B. 22 f. 460 461-471. Sovvenzione concessa dal Comune al procuratore della chiesa parrocchiale per l’esecuzione di alcuni lavori di arginazione del torrente Grimoli, che straripando minacciava la stabilità della chiesa, 1857-1858, b. 22 f. 473. Arginazione del torrente Grimoli i cui continui straripamenti causavano danni alle case, ai fondi, alla chiesa parrocchiale, 1860. Intendenza, Affari interni, secondo ufficio. 3, f. 80, Quadro dei redditi di ogni natura delle cappelle erette nella chiesa parrocchiale della Beata Vergine del Carmine di Marano Marchesato, 1840. Affari ecclesiastici, Quadro generale dei debitori di ogni natura delle cappelle erette nella chiesa parrocchiale della Beata Vergine del Carmine di Marano Marchesato (5 carte grandi) B. 3, f. 81, 1840.
 9. Secondo il Catalogo dei forti terremoti, Roma, Istituto Nazionale di Geofisica, 1995, alla data 14 luglio 1767, si registra un evento sismico nel Cosentino.
 10. Il testo dell’iscrizione in questo volume, tra i documenti, nella sezione delle lapidi.
11. Si veda il questionario Un’indagine del 1936 sullo stato morale e religioso della popolazione, in questo volume a pagina 117.

 

I SEGNI DEL SACRO SUL TERRITORIO
di Mario De Filippis
 
La chiesa parrocchiale rappresenta oltre che, ovviamente, un luogo di culto, di memoria, un punto di aggregazione sociale, anche un monumento, un edificio con una sua storia, fatta di interventi, di rifacimenti, di sovrapposizioni, in parte leggibili, in parte nascosti dagli ultimi interventi sulla sua struttura. Un capitolo di questo libroè dedicato ad una lettura più tecnica della struttura dell’edificio, con alcune ipotesi sulle varie fasi del divenire del monumento. In questa sede ci si limita a richiamare quei momenti della storia dell’edificio che possono confortare ed avvalorare l’analisi dei documenti, delle fonti, delle testimonianze di ogni genere compiuta fino a questo punto.
Innanzitutto la lettura esterna del monumento non esclude che possa avere origine antica, avvalorando così la tradizione che lo vuole fondato nel XII secolo2. 
Di particolare fascino lo studio delle parti strutturalmente discordanti, come le piccole finestre laterali, che denunciano le fasi successive di intervento; oppure i resti del primitivo campanile. Ognuna di queste pietre richiama gli episodi, i momenti drammatici della storia di questa comunità, documentati attraverso le Visite pastorali, oppure grazie agli appelli dei vari parroci alle autorità e ai cittadini e fedeli della Madonna del Carmine. Le vecchie foto in bianco e nero ci mostrano il tempio circondato dagli alberi, con i fedeli assiepati negli spazi ristretti lasciati liberi dai venditori ambulanti e dal grande palco riservato alla banda musicale di turno, alla musica. Anche l’interno offre delle suggestioni attraverso le immagini del passato: un’alta balaustra in marmo circondava l’altare, separandolo anche fisicamente dalla zona riservata ai fedeli (la balaustra è stata rimossa durante gli ultimi lavori di sistemazione).
I furti hanno gravemente impoverito l’arredo interno della chiesa, insieme alle distruzioni naturali e ai danni dell’incuria umana; rimane però ancora significativo il patrimonio artistico che in essa è racchiuso. Le campane, la più antica risale al 1771, hanno dato il segnale, nell’estate del 1860, della rivoluzione, così almeno racconta un contemporaneo3. Tra gli argenti alcuni oggetti di pregio per fattura e rarità (per esempio le carte gloria) testimoniano la devozione dei fedeli, che li hanno donati alla Patrona. Gli arredi in legno rappresentano, insieme agli argenti, ciò che di più antico rimane dell’arredo seicentesco.
La chiesa del Carmine non è isolata nel territorio, ma costituisce il centro di una rete di edicole sacre, cappelle, altari, croci, sparsi nei dintorni. Come è noto le edicole votive, gli altaroli, le cappelle risalgono all’era pagana; il cristianesimo li eredita e se ne appropria, utilizzando questi modelli architettonici della religione greco-romana, per segnare e sacralizzare il paesaggio, proteggere i viandanti dalle forze oscure e maligne, lasciare memoria di un evento straordinario.
Diffuse in ogni tempo, le edicole sacre hanno ricevuto nuovo vigore al tempo della Controriforma, punteggiando ovunque il territorio e assumendo spesso valore artistico, oltre al significato religioso esplicito e dichiarato.
La via comunale che, partendo dall’attuale strada provinciale, conduce al Carmine, a metà del suo percorso mostra le croci in ferro di un modesto Calvario, che preannunciano in qualche modo la vicinanza della chiesa parrocchiale. La valle in cui sorge la chiesa del Carmine, un tempo coperta da un fitto bosco e attraversata da torrenti, rappresenta il luogo che deve essere umanizzato e sacralizzato con i segni della fede. Non a caso il breve racconto, inedito, riportato4 più avanti, sembra cogliere la suggestione dei luoghi e dei segni, collegando idealmente il bosco dei castagni all’incrocio della strada che conduce alla Chiesa dell’Assunta, dove sono poste le croci, nella località che da esse prende il nome.
Vicino sorge la cappella ottocentesca di Santa Filomena5, di cui si ignora l’origine, da tempo chiusa al culto.
La strada, oggi asfaltata, che dietro la chiesa scende ripida e poi risale verso il centro di via San Marco, attraversa un torrente proprio nel punto segnato da un’antica edicola in muratura, dedicata alla Madonna del Carmine, sostituita oggi da un’altra più recente, posta sul livello del ponte attuale. Lungo il torrente resti di mulini, tracce di sentieri indicano la posizione strategica di questi edifici, oggi non più evidente ad un’osservazione superficiale.
Delle numerose fontane disseminate sul territorio comunale solo una, in via Don Saverio, detta appunto la fontana di Don Saverio, è abbellita da un’immagine sacra. Il piano della strada oggi è più alto, la fontana quasi nascosta dalle erbacce, si presenta purtroppo deturpata e quasi irriconoscibile: la lastra che la decora raffigura, sembrerebbe, un San Giuseppe.
Lungo via San Marco, un tempo nucleo abitativo del paese, in un piccolo slargo si incontra la cappella dedicata a San Marco; una iscrizione ricorda un intervento di restauro o di vera e propria edificazione, ad opera della Società operaia di mutuo soccorso Principe di Piemonte, di Marano Marchesato6, sorta nei primi anni del Novecento. Rimane qualche memoria di una cappella privata, dedicata a San Raffaele, nel palazzo diruto della famiglia Pellegrini Occhiuto, che occupava un’area di questa zona.
Nella parte del paese che è cresciuta lungo l’attuale strada provinciale affacciano le chiese dell’Immacolata e dell’Assunta, attigue al cimitero; realizzato ai primi del Novecento con il cosiddetto Cappellone; la parte nuova del cimitero, abbellita da molti alberi, circonda come un giardino questo complesso di edifici, le cui prime notizie risalgono al Settecento, secondo le Visite pastorali. Resta da capire l’origine di una chiesa vasta come l’Assunta, arricchita anche da manufatti ed opere d’arte, ma sorta come chiesa rurale. Forse il rischio di crollo che a lungo ha minacciato la parrocchiale ha fatto considerare per qualche periodo l’idea di adibire l’Assunta a chiesa principale.
Più giù le ex cappelle private di San Francesco di Paola, e a Mavi-tani, di San Antonio Abate, entrambe ottocentesche.
A monte della chiesa parrocchiale si incontra, salendo verso la frazione Perri, una cappella anch’essa dedicata alla Madonna del Carmine. In frazione Piano un’altra cappella privata, Santa Maria di Costantinopoli, oggi di proprietà comunale, adibita a sede di mostre. A poca distanza da quest’ultima, lungo la strada che sale ripida verso la montagna, il toponimo Madonnella indica, secondo la memoria di alcuni, la presenza di un’edicola sacra oggi scomparsa.
Alcuni di questi luoghi sacri si richiamano al Monte Carmelo; essi sorgono a volte in punti oggi divenuti marginali, nel contesto viario attuale, ma ben altra appare la collocazione se la si legge con l’occhio ai vecchi sentieri, alle scorciatoie, ai centri di incontro delle persone.

 

NOTE AL QUINTO CAPITOLO
 
1. Si veda la parte curata dall’architetto Vincenzo Magnocavallo, in questo volume; di particolare interesse, inoltre, la lettera di don Luigi De Filippis sulle condizioni dell’edificio nel 1924, nella sezione di Documenti curata da Salvatore Aiello.
2. Una risposta definitiva potrà venire in futuro solo da una serie di sondaggi da effettuare sullo strato più antico della parte nascosta, quella delle fondazioni.
3. Il sacerdote Luigi Conforti scrive in un suo opuscolo a stampa di aver chiamato il popolo a raccolta nella chiesa parrocchiale; si veda Mario De Filippis-Carmen Ambriani, "Una provincia fuorilegge?"..., cit., pp. 28-41 e 194-195.
4. Maria Chiappetta, Narra la leggenda..., inedito, rinvenuto nella biblioteca del sacerdote don Giuseppe In-trieri, parroco di Marano Marchesato, riportato tra le testimonianze di fede, di seguito, in questo volume.
5. Michael Walsh, Il grande libro delle devozioni popolari..., cit., p. 116: la devozione a Santa Filomena viene autorizzata da papa Gregorio XVI nel 1835; la festa, soppressa nel 1960, veniva celebrata il 20 luglio o il 10 agosto.
6. Copia della statuto e altri documenti tra le carte del dottor Giovanni Conforti; cfr. Mario De Filippis, Giovanni Conforti..., cit., pp. 11 e 67.
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